
Quello dello scrittore è un genere di lavoro (quando diventa realmente tale) in cui, analogamente a quanto avviene ad esempio nella categoria dei calciatori, o si “sfonda” oppure si “muore di fame”. Fare lo scrittore, anche quando realmente si guadagna qualcosa e si pubblica con una certa regolarità, è un’attività che non solo rende pochissimo, ma che spesso presenta spese talmente notevoli delle quali difficilmente si potrà rientrare. Illustriamo un esempio pratico: pubblico un mio romanzo di 150 pagine, con un prezzo di copertina di 12 euro. Se sono discretamente conosciuto posso sperare di ottenere un 10% in diritti d’autore, altrimenti mi spetterà non più del 7/8%. Poniamo quindi che il mio incasso a copia sia di 1.20 euro, condizione assai favorevole (e rara, per chi non è molto conosciuto). Nella migliore delle ipotesi, senza un grande appoggio da parte della stampa, posso sperare di vendere cinquemila copie in un anno. Tuttavia, cinquemila copie non sono affatto poche, anche in presenza di case editrici ottimamente distribuite e pubblicizzate. Per arrivare a un tale numero dovrò darmi molto da fare, ad esempio tenendo presentazioni in tutte le più importanti città italiane, anche allo scopo di intrattenere rapporti con giornalisti e altre personalità del mondo editoriale. Ebbene: 1.20 x 5.000 porta ad un incasso lordo di 6.000 euro. Da questo vanno tolte le tasse, quindi alla fine prenderò circa 5.000 euro. Tuttavia, ciò che va tenuto presente, è che tutte le spese di viaggio per le varie presentazioni e attività promozionali che avranno contribuito a vendere il mio libro saranno state a mio carico, in quanto solo i grandi editori possono permettersi di spesare i propri autori, e comunque questo avviene soltanto nel caso di quelli veramente famosi. A tutto questo aggiungiamo la fatica di scrivere: settimane, forse mesi di lavoro, di paziente riscrittura e correzione di bozze. E tutto questo, per un massimo di 5.000 euro in un anno da cui dobbiamo togliere forse anche una buona metà per le spese di viaggio? Non mi sembra che esista, a questo punto, un lavoro più precario e mal pagato di quello dello scrittore: nessuna garanzia di “stipendio”, grandi difficoltà per vendere, e molte spese da sostenere. Essere scrittori vuol dire abbandonarsi a un sogno, senza speranze di guadagni che quasi mai arriveranno. Fare dell’attività letteraria una questione di soldi è sbagliato per principio.
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